Ho Freddo - Gianfranco Manfredi


In sintesi: 

Sono gemelli, fratello e sorella. Si chiamano Aline e Valcour de Valmont. Discendono da una stirpe di medici di corte, esperti in malattie epidemiche. La loro famiglia è scappata in Inghilterra alla vigilia della Rivoluzione Francese e da lì Aline e Valcour si sono imbarcati alla volta del Nuovo Mondo, per stabilirsi nei dintorni di Providence. Due giovani libertini in una terra di puritani dove nessuno aveva mai sentito parlare di vampiri. Nel 1796 nel Rhode Island, si verificano i primi casi documentati di vampirismo in America. È passato poco più d’un secolo da quando il New England è stato travolto dalle conseguenze del sanguinario processo alle streghe di Salem. Il nuovo secolo, il secolo della Ragione per eccellenza, pare portare anche in quelle terre una ventata di spirito critico, di libertà e di tolleranza. Ma una piaga inattesa, che ancora una volta ha per protagoniste e vittime delle giovani donne, rischia di precipitare tutta la regione nel più cupo oscurantismo. Le tombe vengono aperte. I cadaveri di ragazze decedute per una sconosciuta quanto contagiosa malattia, vengono profanati. Le autorità parlano semplicemente di “esperimenti”. Ma di cosa si tratta in realtà? Davvero la “peste vampirica” ha varcato l’oceano? O la ferocia contro le donne si è di nuovo scatenata, aldilà di ogni motivazione logica? Un romanzo gotico che indaga sulle origini del mito dei vampiri in America, riscoprendo le cronache del tempo e offrendone un’interpretazione nuova.

Recensione: 

Gianfranco Manfredi è un narratore che ho sempre apprezzato, principalmente nella sua veste di fumettista. E so bene quanto l’autore ami le storie di vampiri (molto interessanti alcune sue storie su Dylan Dog) e in generale sull’horror, in particolare ambientato negli Stati Uniti. In Magico Vento Manfredi ha approfondito la Storia americana di fine ’800, mentre in questo suo nuovo romanzo lo vediamo destreggiarsi alla grande nel New England tra 1700 e 1800.
Chi segue Magico Vento sapeva già cosa attendersi da “Ho freddo”. Durante la grande saga iniziata appena scavalcato il traguardo del centesimo numero (un ciclo di albi spettacolari) il co-protagonista della serie, il giornalista soprannominato Poe, veniva a conoscenza da parte di un suo collega della storia della famiglia Tillinghast, straziata dalla morte di una figlia che tornava a reclamare le anime dei propri familiari. Una selle prime storie di peste vampirica del New England. Nel fumetto la storia dei Tillinghast passava in secondo piano, pur riuscendo a colpire il lettore.
Dopo aver letto la quarta di copertina di “Ho freddo” la memoria mi è corsa subito a quell’albo di Magico Vento (il 103 se la memoria non m’inganna) e la voglia di leggere per bene la storia di Sarah si è fatta subito impellente.
E invece il buon Manfredi gioca subito un piccolo scherzo ai propri (affezionati) lettori. Si inizia a leggere e dei Tillinghast non si parla neppure. Il romanzo si apre su una sentenza (storicamente vera, come molti episodi del romanzo) di un tribunale che autorizza a fare un’esumazione per un “esperimento” e vediamo un signor Staples che apre la bara della propria figlia e fa scempio del suo corpo, davanti a una platea di personaggi che al momento non conosciamo, ma tra cui spiccano subito i gemelli De Valmont.
Passato questo flash-forward, si entra nel vivo della storia, con l’arrivo a Cumberland dei due fratelli francesi in arrivo dall’Inghilterra (dove erano fuggiti a causa della Rivoluzione). Due gemelli giovanissimi, ma esperti medici, strani, dagli atteggiamenti forse troppo aperti in una civiltà puritana, che per di più non hanno problemi a trasferirsi in una casa dove qualche decennio prima una famiglia di tedeschi aveva fatto una tragica fine.
Fin dalle prime pagine emerge una caratteristica di questo romanzo che mi ha stupito. Il romanzo è recente, ma mi è sembrato di leggere un classico dell’800. Un romanzo gotico anche come stile, tanto che mi sembrava di leggere Dracula o Frankenstein, ma anche un Dumas. Non so se Manfredi abbia usato di proposito uno stile di questo tipo (in un altro suo romanzo non lo avevo notato), ma devo dire che l’atmosfera che si viene a creare è davvero azzeccata.
La storia procede con una certa lentezza, ma quando la malattia fa la sua apparizione gli eventi precipitano e si arriva alla fine della prima parte con il cuore in gola.
Poi inizia la seconda parte, dove cambia lo scenario e il protagonista diventa il pastore Vos, personaggio più in disparte all’inizio, ed ecco apparire i personaggi che aspettavo: i Tillinghast. Pur ricordando in parte gli avvenimenti di questa parte di nuovo Manfredi ha saputo conquistarmi fino a un finale (della parte) ancora più cruento della prima, anche se meno “disturbante”.
La terza parte del romanzo è molto breve e narrata, un romanzo nel romanzo.
La quarta parte è la conclusiva, dove di nuovo cambiano i luoghi di azione dei protagonisti che ormai conosciamo fin troppo bene. Purtroppo è anche la parte meno riuscita delle quattro. Intendiamoci, non voglio dire che il finale è deludente, anzi, la trama procede interessante e anche con ottimi spunti e colpi di scena, ma a mio avviso manca di quel pathos e di quella articolazione che nei due precedenti blocchi narrativi mi hanno incollato alle pagine.
Poi, leggendo l’interessante post-fazione dello stesso Manfredi credo di aver compreso cosa manca: una vera conclusione. Manfredi parla del desiderio di scrivere un seguito delle avventure dei fratelli De Valmont e io spero vivamente che lo faccia. Manfredi è un ottimo narratore seriale (ha scritto praticamente da solo più di cento storie di Magico Vento!) e anche la struttura di “Ho freddo” avrebbe funzionato perfettamente pubblicata a puntate. Il finale aperto lascia la sensazione di volerne di più, mi auguro che la fame del lettore non venga delusa.

La nostra valutazione 

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© Luca Di Gialleonardo e Andrea Franco