
Restando immobile aspetta che il mondo intorno smetta di ondeggiare. Il cuore le batte all’impazzata e un freddo innaturale le ghiaccia il sudore sulla fronte. “Devo sognare. È questo il problema. Devo ricominciare a sognare!” sussurra.
(Dalla scheda del libro sul sito dell’editore)
Quando ancora non sapevo che questo Dall’Ultimo Leggio era una raccolta di racconti, mi aveva catturato con il titolo (il massimo per un musicista) e la bella copertina.
Infine, ma solo per una questione di logica, mi ha catturato anche con i bellissimi sprazzi di vita che racchiude in 65 pagine molto intense e profonde.
La Pierangelini riesce a trattegiare in poche pagine personaggi che sanno di vero, che riusciamo a vedere nel breve tempo in cui beviamo il racconto.
E nonostante il libro sia molto snello, ci sembra che nulla sia lasciato a metà e il senso di compiutezza ci fa dimenticare di aver consumato in un baleno le poco più di 60 pagine.
Poi in seguito abbiamo avuto la fortuna di incrociare di nuovo la penna dell’Autrice (N.O.I.R. Quindici Passi Nel Buio) e senza ombra di dubbio una cosa la possiamo affermare: è brava. Vale la pena perdersi con i suoi personaggi.
Ora siamo in attesa di un romanzo. Ma siamo sicuri che non ci deluderà .
Da leggere.

commenti
SALOME’ Volutamente
SALOME’
Volutamente collocata come “ariete di sfondamento” della raccolta , il brano potrebbe senza dubbio essere inserito fra le short stories di “Dubliners” di J.Joyce. Come lui utilizzi l’espediente di una improvvisa presa di coscienza di una condizione di malessere come trampolino di lancio per una nuova vita: poco importa che la scintilla sia un particolare, un odore, un ricordo, una sensazione, uno stato d’animo..
Il personaggio è tratteggiato in modo essenziale ma efficace, ingabbiata com’è nel “rosso”sfacciato di un’esistenza che non ha scelto ma che sembra aver paradossalmente e drammaticamente scelto lei ,e cionostante non ancora dimentica delle fantasticherie della fanciullezza.
Un ritratto poetico e crudo di una donna che non credo riesca mai a riscattarsi completamente…
ANALISI
Interessante l’analisi di un disagio della mente slegato da un banale documentarismo scientifico.
Malgrado ciò, la prospettiva “dal di dentro” – anche se costruita in modo acuto e realistico nello stile di scrittura – non lascia a mio parere spunto ad un coinvolgimento a carattere personale del lettore.
La mancata identificazione di quest’ultimo (o per lo meno della maggior parte dei lettori) con un personaggio la cui nevrosi sembra impenetrabile impedisce lo stabilirsi di una immediata empatia - come accade invece con molti altri nei successivi racconti – producendo un senso di sospensione, di insoddisfazione nella lettura; in una parola si resta un po’ come la stanza del dottore..: asetticamente neutrali.
LE SORELLE
Esilarante kermesse di luoghi comuni.
Sorelle , figlie di un’epoca che non aveva il tempo di chiedersi troppi perché e aveva ben altre necessità che annegare nella polvere delle attuali elucubrazioni mentali intorno al tema della morte. Questa viene considerata come semplicemente necessaria , un fatto insomma, di cui prendere atto con ironia e una certa dose di pragmatismo.
Il racconto rievoca un’ironia leopardiana, tristissima nella sua viva rappresentatività del teatro della vita all’interno del quale le sorelle sembrano congelate come in un fotogramma.
COME UN GIARDINO
Elegante ed insieme inquietante lo sviscerare le dinamiche della mente dei piccoli-adulti o degli adulti-piccoli…che in fondo è lo stesso.
SETTECANI
Insieme al “Diario della vecchia” il mio preferito.
Struggente viaggio all’interno di sè stessi per entrambi i protagonisti, i quali, pur appartenenti a dimensioni del tutto dissimili per età ed esperienze, riescono a scoprire un invisibile e tenace filo di unione strutturato su un riuscito equilibrio fra la malinconia del passato e l’eccitazione della scoperta; il tutto ottenuto attraverso due canali privilegiati di comunicazione : la parola e la musica.
L’intero racconto,molto ben scritto, è un simbolo di come la crescita e il conseguente lavoro su di sé abbiano come fonte proprio la paura che si trasforma ,modulandosi nelle fasi di vita, in curiosità,poi conoscenza,poi esperienza ed infine in ricordo.
DALL’ULTIMO LEGGIO
Si presta a due chiavi di lettura diverse e contemporanee:
— L’autrice offre uno spaccato sull’ipocrita piaggeria che permea l’ambiente dello spettacolo attraverso l’esilarante metafora antropomorfa dell’avvoltoio/Pippo. Questa prima chiave di lettura è tesa a scardinare la visione classica nell’immaginario collettivo della buca e del palcoscenico come “isole felici” di arte pura e sublime; al contrario ,e sorprendentemente, lascia invece intendere di come siano delle vere e proprie “tane” (più che “buche”) di lupi travestiti da pecorelle.
Della serie: …un cambiamento di prospettiva per i “non addetti ai lavori” spesso risulta illuminante!
— La seconda chiave è imperniata sul mite Alfredo e a come l’allontanamento forzato dai due mondi a lui più cari – il mare e la musica- gli fanno improvvisamente sentire tutto il peso della vecchiaia e la fine di una vita arrivata molto prima del sopraggiungere della morte.
Ho notato inoltre che l’autrice usa come metafore della vecchiaia i riferimenti al mare e non solo per la figura di Alfredo (cit:.”La mia nave, la più grande, inaccessibile ed inutile come me.”) ma anche per il successivo personaggio della vecchia che si autodefinisce “un relitto alla deriva approdata in quell’orribile casa”, addirittura “spiaggiata”(cit:.).
Sarebbe interessante conoscere se ha creato volutamente o inconsapevolmente questo binomio trasversale tra i due personaggi, così lontani come vicende di vita ma così simili nelle sensazioni.
DEDICATO
Un po’ troppo ridondante e barocco come stile narrativo. Non mi ha particolarmente coinvolto,forse perché focalizza l’attenzione su ciò che accade “al di fuori” del personaggio il quale evoca, comunque, solo un grande senso di vuoto e di infinita tristezza.
INSOFFERENZA
Abilissima nel penetrare e descrivere l’animo femminile per svelarne le sottigliezze e le quotidiane macchinazioni psicologiche cui le donne sono atavicamente - e quasi biologicamente - abituate ma che, se assecondate, sconfinano in patologica follia.
Più che “insofferenza” il titolo giusto sarebbe stato “angoscia”: sei riuscita a rappresentare in un modo forte ed originale (servendosi di un cane addirittura!) quell’ orror vacui tipico del modernismo, quel “mal di vivere” di chi si sente infelice senza sapere il perché e attribuisce al cambiamento del mondo attorno la propria insoddisfazione.
Anche questa volta , un po’ forse come “Come in un giardino”, l’epilogo lascia un certo amaro in bocca..
DA OGGI CAMBIO VITA
Realistico e ironico nell’autocritica spietata per bocca dello stesso personaggio.
Ritengo che la “morale” del racconto (se mai fosse stata intenzione dell’autrice fornirne una!) sia molto più profonda della preconfezionata e ormai consunta teoria dell’”accettarsi per quello che si è “ o ,peggio, “riprendersi ciò che della vita si è man mano perso di vista”…
A prima lettura mi è sembrato un po’ troppo un abile - e riuscito- esercizio di scrittura a scapito di un significato più profondo, che però forse sono stata io a non aver colto.
IL RITRATTO
Originale riflessione sull’inconsapevolezza dell’essere a volte imprigionati in un ruolo,nostro malgrado, finendo così a persuadere noi stessi che quello che gli altri “vedono” di noi coincida con cosa siamo in realtà,in uno strano meccanismo di autoconvincimento.
Il brano si presta ad una seconda -anche terza- rilettura; questo perchè,nonostante l’inequivocabile dichiarazione del titolo, l’inganno in cui cade il lettore è riuscitissimo sin dalla prima riga e lo induce alla rivisitazione divertita del testo da tutt’ altro punto di vista…quello di una piccola donna in fuga dal suo dipinto,appunto.
L’insolita sensazione che l’autrice è riuscita ad evocare è però che, magicamente e allo stesso tempo “necessariamente”, una volta “usciti “ dal quadro sia il lettore che la donnina dipinta non sono più gli stessi …anche se presto o tardi “risucchiati” (cit:.) nell’angusto spazio di una cornice che è la vita.
IL DIARIO DELLA VECCHIA
Eroina del nostro tempo.
Sola ma forte perché capace di sognare, di ritagliare scaglie di vita solo sua,nonostante tutto.
L’autrice dimostra grande talento a raccontare le zone d’ombra della senilità con una incisiva e amara ironia assai lontana dal falso buonismo commiserativo usato spesso nei confronti dei “vecchi”.
L’insieme è nostalgico ma piacevolissimo, tragicomico a volte nell’uso del dialetto.
Sia per la vecchia che per il giovane Totò di “Settecani” credo la soluzione al problema della sopravvivenza risieda nel sogno, nell’alienazione dalla realtà attraverso l’esaltazione delle piccole cose ..(lo specchio,il diario e la zampogna sono parte dello stesso insieme..) nella assoluta relatività della proporzione di esse.
Forse questi due racconti dovevano susseguirsi nell’ordine di composizione del libro, un po’ come a dire: “posso descrivere con medesima profondità il maschile e il femminile, il giovane e il vecchio, l’inizio e la fine di una vita.”
Commento critico effettuato da Roberta Restivo
SALOME’ Volutamente
SALOME’
Volutamente collocata come “ariete di sfondamento” della raccolta , il brano potrebbe senza dubbio essere inserito fra le short stories di “Dubliners” di J.Joyce. Come lui utilizzi l’espediente di una improvvisa presa di coscienza di una condizione di malessere come trampolino di lancio per una nuova vita: poco importa che la scintilla sia un particolare, un odore, un ricordo, una sensazione, uno stato d’animo..
Il personaggio è tratteggiato in modo essenziale ma efficace, ingabbiata com’è nel “rosso”sfacciato di un’esistenza che non ha scelto ma che sembra aver paradossalmente e drammaticamente scelto lei ,e cionostante non ancora dimentica delle fantasticherie della fanciullezza.
Un ritratto poetico e crudo di una donna che non credo riesca mai a riscattarsi completamente…
ANALISI
Interessante l’analisi di un disagio della mente slegato da un banale documentarismo scientifico.
Malgrado ciò, la prospettiva “dal di dentro” – anche se costruita in modo acuto e realistico nello stile di scrittura – non lascia a mio parere spunto ad un coinvolgimento a carattere personale del lettore.
La mancata identificazione di quest’ultimo (o per lo meno della maggior parte dei lettori) con un personaggio la cui nevrosi sembra impenetrabile impedisce lo stabilirsi di una immediata empatia - come accade invece con molti altri nei successivi racconti – producendo un senso di sospensione, di insoddisfazione nella lettura; in una parola si resta un po’ come la stanza del dottore..: asetticamente neutrali.
LE SORELLE
Esilarante kermesse di luoghi comuni.
Sorelle , figlie di un’epoca che non aveva il tempo di chiedersi troppi perché e aveva ben altre necessità che annegare nella polvere delle attuali elucubrazioni mentali intorno al tema della morte. Questa viene considerata come semplicemente necessaria , un fatto insomma, di cui prendere atto con ironia e una certa dose di pragmatismo.
Il racconto rievoca un’ironia leopardiana, tristissima nella sua viva rappresentatività del teatro della vita all’interno del quale le sorelle sembrano congelate come in un fotogramma.
COME UN GIARDINO
Elegante ed insieme inquietante lo sviscerare le dinamiche della mente dei piccoli-adulti o degli adulti-piccoli…che in fondo è lo stesso.
SETTECANI
Insieme al “Diario della vecchia” il mio preferito.
Struggente viaggio all’interno di sè stessi per entrambi i protagonisti, i quali, pur appartenenti a dimensioni del tutto dissimili per età ed esperienze, riescono a scoprire un invisibile e tenace filo di unione strutturato su un riuscito equilibrio fra la malinconia del passato e l’eccitazione della scoperta; il tutto ottenuto attraverso due canali privilegiati di comunicazione : la parola e la musica.
L’intero racconto,molto ben scritto, è un simbolo di come la crescita e il conseguente lavoro su di sé abbiano come fonte proprio la paura che si trasforma ,modulandosi nelle fasi di vita, in curiosità,poi conoscenza,poi esperienza ed infine in ricordo.
DALL’ULTIMO LEGGIO
Si presta a due chiavi di lettura diverse e contemporanee:
— L’autrice offre uno spaccato sull’ipocrita piaggeria che permea l’ambiente dello spettacolo attraverso l’esilarante metafora antropomorfa dell’avvoltoio/Pippo. Questa prima chiave di lettura è tesa a scardinare la visione classica nell’immaginario collettivo della buca e del palcoscenico come “isole felici” di arte pura e sublime; al contrario ,e sorprendentemente, lascia invece intendere di come siano delle vere e proprie “tane” (più che “buche”) di lupi travestiti da pecorelle.
Della serie: …un cambiamento di prospettiva per i “non addetti ai lavori” spesso risulta illuminante!
— La seconda chiave è imperniata sul mite Alfredo e a come l’allontanamento forzato dai due mondi a lui più cari – il mare e la musica- gli fanno improvvisamente sentire tutto il peso della vecchiaia e la fine di una vita arrivata molto prima del sopraggiungere della morte.
Ho notato inoltre che l’autrice usa come metafore della vecchiaia i riferimenti al mare e non solo per la figura di Alfredo (cit:.”La mia nave, la più grande, inaccessibile ed inutile come me.”) ma anche per il successivo personaggio della vecchia che si autodefinisce “un relitto alla deriva approdata in quell’orribile casa”, addirittura “spiaggiata”(cit:.).
Sarebbe interessante conoscere se ha creato volutamente o inconsapevolmente questo binomio trasversale tra i due personaggi, così lontani come vicende di vita ma così simili nelle sensazioni.
DEDICATO
Un po’ troppo ridondante e barocco come stile narrativo. Non mi ha particolarmente coinvolto,forse perché focalizza l’attenzione su ciò che accade “al di fuori” del personaggio il quale evoca, comunque, solo un grande senso di vuoto e di infinita tristezza.
INSOFFERENZA
Abilissima nel penetrare e descrivere l’animo femminile per svelarne le sottigliezze e le quotidiane macchinazioni psicologiche cui le donne sono atavicamente - e quasi biologicamente - abituate ma che, se assecondate, sconfinano in patologica follia.
Più che “insofferenza” il titolo giusto sarebbe stato “angoscia”: sei riuscita a rappresentare in un modo forte ed originale (servendosi di un cane addirittura!) quell’ orror vacui tipico del modernismo, quel “mal di vivere” di chi si sente infelice senza sapere il perché e attribuisce al cambiamento del mondo attorno la propria insoddisfazione.
Anche questa volta , un po’ forse come “Come in un giardino”, l’epilogo lascia un certo amaro in bocca..
DA OGGI CAMBIO VITA
Realistico e ironico nell’autocritica spietata per bocca dello stesso personaggio.
Ritengo che la “morale” del racconto (se mai fosse stata intenzione dell’autrice fornirne una!) sia molto più profonda della preconfezionata e ormai consunta teoria dell’”accettarsi per quello che si è “ o ,peggio, “riprendersi ciò che della vita si è man mano perso di vista”…
A prima lettura mi è sembrato un po’ troppo un abile - e riuscito- esercizio di scrittura a scapito di un significato più profondo, che però forse sono stata io a non aver colto.
IL RITRATTO
Originale riflessione sull’inconsapevolezza dell’essere a volte imprigionati in un ruolo,nostro malgrado, finendo così a persuadere noi stessi che quello che gli altri “vedono” di noi coincida con cosa siamo in realtà,in uno strano meccanismo di autoconvincimento.
Il brano si presta ad una seconda -anche terza- rilettura; questo perchè,nonostante l’inequivocabile dichiarazione del titolo, l’inganno in cui cade il lettore è riuscitissimo sin dalla prima riga e lo induce alla rivisitazione divertita del testo da tutt’ altro punto di vista…quello di una piccola donna in fuga dal suo dipinto,appunto.
L’insolita sensazione che l’autrice è riuscita ad evocare è però che, magicamente e allo stesso tempo “necessariamente”, una volta “usciti “ dal quadro sia il lettore che la donnina dipinta non sono più gli stessi …anche se presto o tardi “risucchiati” (cit:.) nell’angusto spazio di una cornice che è la vita.
IL DIARIO DELLA VECCHIA
Eroina del nostro tempo.
Sola ma forte perché capace di sognare, di ritagliare scaglie di vita solo sua,nonostante tutto.
L’autrice dimostra grande talento a raccontare le zone d’ombra della senilità con una incisiva e amara ironia assai lontana dal falso buonismo commiserativo usato spesso nei confronti dei “vecchi”.
L’insieme è nostalgico ma piacevolissimo, tragicomico a volte nell’uso del dialetto.
Sia per la vecchia che per il giovane Totò di “Settecani” credo la soluzione al problema della sopravvivenza risieda nel sogno, nell’alienazione dalla realtà attraverso l’esaltazione delle piccole cose ..(lo specchio,il diario e la zampogna sono parte dello stesso insieme..) nella assoluta relatività della proporzione di esse.
Forse questi due racconti dovevano susseguirsi nell’ordine di composizione del libro, un po’ come a dire: “posso descrivere con medesima profondità il maschile e il femminile, il giovane e il vecchio, l’inizio e la fine di una vita.”
Commento critico effettuato da Roberta Restivo
Il gioco delle parti
Già conosciuta in campo letterario (sua l’ottima raccolta di racconti “Dall’ultimo leggio”), Cinzia Pierangelini fa il suo esordio nel difficile ramo dei romanzi con “Eraclito e il muro” ed è una prima di classe, a conferma delle eccellenti qualità dell’autrice.
Ambientato in un tipico paese siciliano, è la storia di un critico musicale votato a stroncare artisti e musicisti del locale teatro lirico. La sua non è solo una vocazione, che trova origine in un carattere chiuso e misogino e nella sua totale inattitudine all’arte, ma è anche una ribellione alle chiuse regole di un mondo dominato dall’ipocrisia e da norme non scritte e misteriose. Quando la sua attività si scontra con gli oscuri interessi del “potente” del luogo, in concomitanza con una depressione insorta per effetto di uno scherzo, viene abilmente rinchiuso in una clinica per malati mentali dove, di fronte al comportamento fuori dalle regole degli altri ricoverati, ritrova il piacere di vivere e anche l’amore che, per motivi del tutto abietti, viene stroncato. Dimesso, perché apparentemente guarito, cercherà una plateale vendetta, che solo in parte si realizzerà, e finirà i suoi giorni in carcere.
Al pari del principe Salina del Gattopardo, Cinzia Pierangelini riafferma che in questo mondo tutto cambia, pur restando alla fine sempre uguale, e chi è disposto a contrastarne le regole finirà per essere rinchiuso in una solitudine senza speranza, come il grande filosofo greco Eraclito.
E il muro del titolo? È quello del teatro, dove ignoti si divertono ad annotare maldicenze, di tanto in tanto ricoperte da una mano di bianco, prontamente e nuovamente imbrattato, a riprova dell’immutabilità della vita.
Scritto in modo scorrevole, accattivante, con la tensione di un thriller, anche se non lo è, è un libro che si legge tutto d’un fiato, pur se più di una volta è opportuno e salutare soffermarsi su certe riflessioni, come la chicca filosofica del consueto ritardo del treno da Palermo.
Lo stile è quello solito e piacevole dell’autrice, in questo testo ancor più perfezionato, con descrizioni mirabili del paese, quasi dei quadri di armonia figurativa. Interessante poi è l’inserimento di modi di dire e antichi proverbi in dialetto siciliano, utilizzati soprattutto come incisi, con il preciso scopo di rafforzare il concetto senza sovrabbondare.
Inutile che dica che ne consiglio vivamente la lettura.
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