Intervista a Simone Togneri

Dopo una serie di interviste “Parlano gli editori”, tornano le chiacchierate con i giovani autori italiani.
Questa volta tocca a Simone Togneri, nuova firma del thriller italiano. E a intervistarlo è per noi un altro scrittore di genere, Piergiorgio Pulisci.

[Opera Narrativa] Cose da non dire racconta di un uomo che nel volgere di poche ore vede la sua vita andare a pezzi, sotto le oscure macchinazioni di uno sconosciuto chiamato “Angelo Custode”, che vuole rovinargli la vita, per qualcosa legata al suo passato… Nel libro racconti molto bene la disperazione psicologica del protagonista. Mentre scrivevi, e alla fine del libro, che rapporto si è creato tra te e Gerardo Ferri, il protagonista del romanzo?
[Simone togneri] Può sembrare strano raccontarlo, però mi sento come se per un periodo fossi stato il suo confidente. Ho conosciuto Gerardo all’improvviso e da subito ha cominciato a raccontarmi quel che gli capitava. È stato come ascoltare la voce di un amico. Diciamo che in qualche modo ho letto e scritto la sua storia contemporaneamente, tanto che fino all’ultimo non avevo idea di come sarebbe finita. È stata un esperienza molto divertente e allo stesso tempo si è creato un rapporto molto intenso tra me e Gerardo. Direi quasi simbiotico. Ci sono molte cose di lui che riconosco come mie.


[ON] Come hai fatto a descriverlo così bene dal punto di vista psicologico? Come hai fatto ad “entrare in lui”? Esistono delle tecniche narrative che aiutano in questo, o ci si arriva soltanto tramite tonnellate di libri letti e il talento dello scrittore?
[ST] Come spiegazione potrei dire che Gerardo Ferri sono io, ma non sarebbe né corretto, né del tutto esatto. Non credo che esista una tecnica precisa per entrare nella psiche dei personaggi di cui si scrive, credo che ognuno si ponga a modo suo nei confronti della questione. Sicuramente leggere aiuta ad affinare il talento. Per quel che mi riguarda ho cercato di “ascoltare” Gerardo e fare in modo che vivesse da solo le sue emozioni. Questo almeno per la prima stesura; poi chiaramente subentrano altri fattori che vanno analizzati con distacco, per esempio la plausibilità dei fatti raccontati e la coerenza con le pagine precedenti e quelle successive.


[ON] Se un giovane autore ti chiedesse consiglio su come migliorare la descrizione e l’approfondimento psicologico dei suoi personaggi, cosa gli consiglieresti?
[ST] Di concentrarsi e immedesimarsi il più possibile, lasciarsi andare, pensare e agire (su carta ovviamente) come penserebbe e agirebbe il personaggio, senza imbrigliarlo in punti di vista o atteggiamenti che appartengono a noi e non a lui. In qualche modo, soprattutto quando si racconta in prima persona, lo scrittore dovrebbe “sparire” dal testo. Per riuscirci, ammesso che io ci sia “sparito”, mi sono sempre posto domande: “ma il tale personaggio direbbe o si comporterebbe davvero così? E io cosa farei al suo posto?”


[ON] Ci puoi raccontare la genesi di Cose da non dire? Qual è stata l’idea che ha dato vita al romanzo?
[ST]Una sera, mentre ero a letto, ho pensato “e se qualcuno mi telefonasse e mi chiedesse aiuto disperatamente perché c’è qualcun altro che lo vuole uccidere? Cosa farei? Mi girerei dall’altra parte o ci crederei? E poi?” E così ho cominciato a scrivere e a farmi domande su domande. Ho sempre sostenuto che la miglior fonte di ispirazione sia il nostro quotidiano e continuo a pensarla così. A volte basta vedere due persone che chiacchierano in mezzo alla strada o una scritta su un muro per cominciare a raccontare una storia. E non è obbligatorio avere sempre un finale a portata di mano.


[ON] C’è stata qualche lettura in particolare che ti ha ispirato, ti ha accompagnato e ti ha dato la spinta per scrivere Cose da non dire?
[ST] Sinceramente non ricordo cosa stavo leggendo durante la stesura del romanzo, credo che Cose da non dire abbia avuto una gestazione del tutto autonoma.


[ON] Leggendo il tuo libro, mi è subito venuto in mente un autore americano che ti assomiglia per stile, ritmo narrativo e tematiche: Harlan Coben. Ti ritrovi in questo accostamento? Quali sono i tuoi scrittori italiani e stranieri preferiti?
[ST] Beh, intanto grazie per l’accostamento, ma diciamo che sono io che somiglio a lui. Spero solo che Coben non venga mai a saperlo… Quello che mi piace di Coben è la capacità di creare la suspence e tenerti attaccato alla pagina senza quasi farti respirare. Una volta che entri nel suo mondo non ne esci prima di aver risposto a tutte le domande. Diciamo che questo è l’obbiettivo che mi prefiggo anch’io, anche se probabilmente i risultati sono molto più modesti. In generale amo tutti quegli scrittori che riescono ad emozionarmi e a farmi stare con gli occhi fissi sul soffitto a riflettere dopo aver chiuso il libro.
Tra gli autori italiani ci sono Gianrico Carofiglio, Giampaolo Simi, Corrado Augias e M. Merisi. Tra gli stranieri amo molto Dennis Lehane.


[ON] Secondo te, qual è la ricetta per scrivere un buon thriller?
[ST] Non credo che esista una ricetta per scrivere un buon libro, così come non esiste una formula per comporre una canzone di successo o per dipingere un quadro che finirà al Metropolitan. Credo che serva soprattutto la capacità di mettersi sempre in discussione e tanta passione per quel che si fa, un forte spirito di abnegazione che esiste a prescindere dalle prospettive o dai risultati ottenuti. Nella fattispecie, non basta scrivere. Il lavoro grosso è riscrivere.


[ON] Il tuo primo libro Dio del Sagittario ha riscosso un buon successo sia di critiche che di pubblico. Ti sei fatto un’idea di chi possa essere il tuo pubblico? Secondo te il lettore medio italiano, cosa si aspetta da un romanzo thriller?

[ST] Non so esattamente cosa si aspetta il lettore, non posso parlare per lui. Però posso parlare per me che, come lettore medio italiano, mi aspetto che un thriller mi faccia evadere dal quotidiano, immergere in un mondo che mi dia emozioni e, forse, esorcizzi un po’ anche le mie paure di tutti i giorni.
Il mio pubblico… Sai, è strano pensare a un mio pubblico, non ci ho mai riflettuto. Forse perché sono ancora molto stupito per le pubblicazioni. Di certo mi piacerebbe avere un contatto diretto con chi mi legge e conoscerne impressioni e opinioni.


[ON] Se potessi consigliare ai tuoi lettori qualche brano musicale da ascoltare come colonna sonora di Cose da non dire, che brani suggeriresti?
[ST] Forse nessuno. Cose da non dire è un romanzo che non ha momenti poetici da supportare con una colonna sonora, a parte forse un paio di punti. Per cui niente distrazioni. Nel libro ho citato solo due canzoni, ma solo come sottofondo lontano dalla narrazione: “When we dance” di Sting e “Let’s groove” degli Earth, Wind & Fire.


[ON] Quando stai lavorando ad uno dei tuoi romanzi, una volta che ti allontani dal pc, riesci a staccare dai personaggi e dalla storia che stai narrando, o ti inseguono per tutta la giornata?
[ST] I personaggi mi tallonano passo passo in ogni momento e la storia affonda in mezzo a tutte quelle che non ho ancora raccontato. A volte è un dramma, perché mi impedisce di godermi appieno i piccoli momenti della giornata. Se mi concentro su qualcosa magari se ne stanno buoni per un po’, ma poi basta un attimo di tregua che spuntano fuori di nuovo agguerriti come sempre.


[ON] Ci puoi anticipare qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
[ST] Attualmente sto lavorando al prequel di Dio del Sagittario, ma non posso anticipare nulla. Ho un’idea per un terzo capitolo della vita di Simòn Renoir e del commissario Mezzanotte, ma non ne so ancora molto. Di certo ho tante idee e so che prima o poi dovrò ascoltarle tutte.


[ON] Ci puoi lasciare con una frase del tuo romanzo che ti piace in modo particolare o che sintetizza in un certo modo l’anima di Cose da non dire?
[ST] Mah, è difficile trovare una frase in particolare, perciò ti riporto quella di Bertold Brecht che ho citato all’inizio del libro: “Di tutte le cose sicure, la più certa è il dubbio”. Credo che possa essere significativa.


[ON] Ti ringraziamo per la disponibilità, a presto e in bocca al lupo per i tuoi romanzi.

[ST] Grazie a te e crepi il lupo. Sempre, comunque e dovunque.



Intervista a cura di Piergiorgio Pulisci.

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© Luca Di Gialleonardo e Andrea Franco