
In questo romanzo Niccolò Ammaniti va al cuore della sua narrativa, con una storia tesa e dal ritmo serrato, un congegno a orologeria che si carica fino a una conclusione sorprendente: e mette in scena la paura stessa. Michele Amitrano, nove anni, si trova di colpo a fare i conti con un segreto cosi grande e terribile da non poterlo nemmeno raccontare. E per affrontarlo dovrà trovare la forza proprio nelle sue fantasie di bambino, mentre il lettore assiste a una doppia storia: quella vista con gli occhi di Michele e quella, tragica, che coinvolge i grandi di Acqua Traverse, misera frazione dispersa tra i campi di grano. Il risultato è un racconto potente e di assoluta felicità narrativa, dove si respirano atmosfere che vanno da Clive Barker alle Avventure di Tom Sawyer, alle Fiabe italiane di Calvino. La storia è ambientata nell’estate torrida del 1978 nella campagna di un Sud dell’Italia non identificato, ma evocato con rara forza descrittiva. In questo paesaggio dominato dal contrasto tra la luce abbagliante del sole e il buio della notte, Ammaniti alterna, a colpi di scena sapienti, la commedia, il mondo dei rapporti infantili, la lingua e la buffa saggezza dei bambini, la loro tenacia, la forza dell’amicizia e il dramma del tradimento.
(Dalla sintesi su Ibs)
Di solito, quando un film è tratto da un libro, cerco sempre di guardarlo dopo aver letto la sua fonte, per gustare al meglio l’aspetto della trasposizione cinematografica e le scelte operate in fase di sceneggiatura.
Stavolta è accaduto il contrario. Ho visto il film di Salvatores un paio di anni fa e ancora oggi ricordo lo sgomento che quella pellicola era riuscito a trasmettermi. Una storia cruda, forte, interpretata da ottimi attori e con una regia in grado di creare un’atmosfera di piccolo paese angosciante per lo spettatore. Insomma, un film che mi è piaciuto da morire. Solo il finale mi era sembrato troppo netto e aperto, ma alla fin fine ci stava.
Mi riproposi di leggere al più presto il libro, lo comprai, ma come spesso accade si perse nella coda di lettura prima di riuscire a iniziarlo.
Finalmente mi sono deciso e, devo ammettere, Ammaniti è riuscito a riaccendere la stessa tensione del film, forse anche più amplificata, grazie alla scrittura in prima persona attraverso gli occhi di un bambino che scopre di colpo che il mondo, suo padre, il suo piccolo borgo, non sono come lui li aveva sempre conosciuti.
Nel libro, tranne l’importante approfondimento dei pensieri del protagonista, non ho trovato nulla di diverso rispetto al film che ricalca fedelmente, anche troppo, la trama scritta da Ammaniti, quasi usa gli stessi dialoghi. L’unica cosa che ho trovato di diverso è l’aspetto fisico del personaggio interpretato da Diego Abatantuono, completamente diverso dall’attore.
NOT FOUND: 2La lettura è veloce, il libro non è molto lungo, e lo stile lineare dell’autore (a parte qualche uso dei verbi che non mi ha convinto del tutto) è ottimo per dipingere nella mente del lettore tutta una scenografia perfettamente descritta. Malgrado le poche pagine di questo romanzo, ogni personaggio è così ben delineato che sembra quasi di conoscerlo da tempo.
Sulla trama niente da dire: cruda, appassionante, originale e piena di tensione.
Solo il finale ha lo stesso difetto del film, ma me lo ero aspettato dopo aver visto come la trasposizione fosse la fotocopia del libro.
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commenti
Commenti e ringraziamenti
Caro Signor Niccolò Ammaniti mi chiamo Stefano ho 22 anni, ho visto il film del suo romanzo “Io non ho paura” che poi ho letto, oltre a piacermi mi ha anche suscitato una domanda che mi ha fatto meditare tre giorni e non c’è stato niente che mi ha potuto distrarre o farmela dimenticare: “Noi quando avremmo visto per la prima volta il piccolo prigioniero cosa avremmo fatto? Saremo tornati come ha fatto Michele il protagonista? Ho non saremmo più tornati come il coniglio che ha visto la tana della volpe?”. La mia risposta personale alla fine è stata che difficilmente avrei avuto il coraggio ti tornare a guardare. Questa domanda secondo me farebbe riflettere anche quelli che si credono dei supereroi leggendari e poi si rivelano dei gran fifoni. Le vorrei dare un consiglio per il suo prossimo romanzo. Lo potrebbe intitolare: “Il peccato della superbia” o con un titolo che comincia con IO, in cui il protagonista si da troppe arie e alla fine capisce a sue spese quando è troppo tardi per tornare indietro,che il nemico era l’amico e l’amico il nemico.
finale
il finale…….
forse sarò stupida ma il finallllleeeee….
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